L’addio a Lucio Dalla – 4 marzo 2012 – “…vorrei volare sopra i tetti delle città…”

Non si può rimanere indifferenti al volo di Lucio, all’eco che ha avuto nei nostri cuori, nei nostri ricordi, nelle nostre immagini. Non si può rimanere indifferenti alle parole della gente comune, alla sua Bologna che l’ha pianto. Eh si, perchè la cosa che colpisce di più è che nel caso di Dalla c’è stata una città che l’ha pianto veramente. Di solito un artista diventa cittadino del mondo, e, quindi, paradossalmente del niente, Lucio invece, sebbene amato da tutti gli italiani, era innanzitutto un cittadino, un amico della sua terra. Bologna ha pianto un suo figlio, un suo fratello. Questo la dice lunga sulla sua umanità, sulla sua persona.

E così, attraverso i racconti di questi giorni, si scopre che Lucio aveva una passione sfrenata per i soggetti colpiti da sindrome di Down, una di quelle passioni che non essendo compassione, lo portava a cercarli e trascorrere con loro del tempo per conoscerli, ascoltarli, tuffarsi nei loro mondi che non sono paralleli ai nostri, ma dentro i nostri. E questo Lucio lo sapeva. Si scopre che in occasione del Natale il menestrello bolognese offriva un pranzo ai senza tetto della città in un famoso ristorante. Il tutto con estrema discrezione, senza far rumore, pubblicità. Perchè l’amore vero non ha bisogno di cartelloni e microfoni. Si scopre che spesso e volentieri si fermava a dialogare con alcuni ragazzi, aspiranti musicisti, che parcheggiavano le loro speranze sotto casa sua.

Inutile chiedersi a questo punto perchè i giovani scegliessero di “appostare” proprio Lucio Dalla. Maestro d’arte e di umanità. E ahimè come controcanto di cotanta bellezza di cui gli italiani si stanno nutrendo in questi giorni, c’è stata la sterile, inutile incontinenza di molti artisti che hanno perso un’occasione per starsene in silenzio, per non fare “le solite star“: Fiorello, come un maestrino in cattedra, ha raccomandato di non usare cadere nella banalità nel ricordare Lucio, senza accorgersi che banale è dare delle direttive al dolore, perchè ognuno lo ricorda come vuole, chi con una lacrima, chi col sorriso, chi con una canzone; Jovanotti ci fa sapere che ha scritto un sonetto per lui (e sinceramente di questa notizia se ne poteva anche fare a meno).

Insomma, il silenzio poteva essere per qualcuno che gli ha voluto bene, che lo ha apprezzato aristicamente, la massima espressione della stima, del dolore e dell’amore nei confronti di un artista che il silenzio lo ha usato, appunto, per amare nella maniera più autentica e generosa.

…è l’amore che ci salverà…” cantava : caro Lucio non c’è eredità più bella che tu potessi lasciare, la speranza di una salvezza attraverso i pensieri del cuore.