Sanremo 2013, le pagelle: Annalisa (non) fa “Scintille”; Rubino scandalo(samente furbo); Carlà inutile, ‘meno male che c’è’ Bar.

Premesso che la qualità (e in queste 2 sere ce n’è stata) non è sinonimo di contemporaneità (e viceversa), va formulata su tutte la seguente riflessione: c’era veramente e quanto di più dei precedenti festival l’elemento modernità? Abbiamo assistito davvero alla svolta verso il contemporaneo, appunto?

Modà, Gazzè, Silvestri, Malika, Elio, Mengoni, Cristicchi, Gualazzi, Molinari  li abbiamo visti anche in altre  edizioni, e spesso i loro “avversari” non erano certo Wilma De Angelis (alla quale va tutta la nostra simpatia), le sorelle Boccoli e Luis Miguel. Maria Nazionale, Annalisa, Chiara, sarebbero state protagoniste anche in un festival di Baudo. Almamegretta sono cugini dei Pitura Freska (quelli del Papa nero, per intenderci) che qualche anno fa hanno impazzato sempre a Sanremo.

La media dei pezzi presentati quest’anno (buona, sia chiaro) a nostro avviso è in linea con quella delle trascorse edizioni. Insomma il miracolo annunciato noi non l’abbiamo visto. Passiamo ad un’analisi più dettagliata, partendo dai Giovani:

Renzo Rubino (3): “Il postino” è la canzone più brutta del festival (finora). Patetica, scandalosamente furba.

Il Cile (5-): “Le parole non servono più” assomiglia a troppe cose già sentite.

Irene Ghiotto (4,5): “Baciami?“…divertente? originale? Boh…

Blastema (6,5): dignitoso rock all’italiana. Non si può esultare, ma si può ascoltare.

Passiamo, quindi, ai cosiddetti Campioni:

Modà (5): sempre troppo uguali a se stessi. Nessuna idea alternativa da apprezzare in nessuno dei 2 brani.

Annalisa (5-): “Scintille” (5) suona come un tentativo di contraddire la fisiognomica romantica della cantante; in “Non so ballare” (5-) siamo in piena tradizione sanremese.

Malika Ayane (6+): in “Niente” (5,5) si sente tutto il Sangiorgi (Negramaro) più “pesante” e compiaciuto; in “E se poi” (7) assaporiamo la primavera in arrivo nelle sue aperture e nel suo ampio respiro.

Almamegretta (5+): mancava un chioschetto degli hot-dog sul palco per approdare totalmente ad un primo maggio romano; “mamma non lo sa” (4,5) è la solita noiosa minestra reggae, “Onda che vai” (6-) sembra meno stancante e più godibile.

Elio (6-): la tanto strombazzata eccezionalità ci è sfuggita. “Dannati forever” (5,5) risponde ai canoni classici del gruppo, ne “La canzone mononota” (6+), seppur dissacrante, latita la straordinarietà.

Max Gazzè (6): in “I tuoi maledettisimi impegni” (6-) Gazzè non decolla (sebbene il testo convinca) e con “Sotto casa” (6+) ci si diverte, si battono le mani e i piedi a ritmo, ma siamo troppo lontani dalla standing ovation.

Simone Cristicchi (6): “Mi manchi” (6) suona dolce come una ninna-nanna e lo propone (seppure svociatello) in una veste inusuale. Il pezzo se cantato da un/una interprete con la giusta voce suonerebbe come un importante “classico-moderno“; “La prima volta (che sono morto)” (6) è palesemente più “cristicchiano”, invita a un sorriso ma anche a qualche pensiero sulla vita e sul vivere.

E poi…

Littizzetto (8): solita (e meno male) Luciana. Peccato che sembra talvolta in ansia da prestazione. In continuo sforzo per divertire, talvolta straripa. Ma rimane la number one del festival.

Fazio (7,5): bravo, si proprio bravo, ma liturgico. Fabio però sa essere anche altro.

Carla Bruni (1): l’unico momento in cui si sprofonda nel baratro dell’inutile.

Bar Rafaeli (8): ma ovviamente per la sua bellezza. D’altronde se si invita una modella (e per giunta straniera) non si può pretendere che reciti Shakespeare o intoni “Casta diva”.

Neri Marcorè (8): non sbaglia un colpo.

Beppe Fiorello (5): se non c’è Rosario c’è Beppe, e se non c’è Beppe c’è Catena. La famiglia Carlucci degli anni 2000 non tutta convince.

Concludiamo con un dubbio: ma i vari Ruggiero, Vanoni, Paoli, Mietta, la stessa Oxa (ossia alcuni degli esclusi) avrebbero davvero procurato una stonatura al tutto? Il loro unico difetto (paradossalmente) è nel nome che portano.