Carlo Freccero va in pensione, promette: “non sparirò”; Andrea Vianello: “RaiTre unica rete, con La7, a crescere”.

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Carlo Freccero

«Rai4, nuova tv social la mia rivoluzione è durata cinque anni». Il direttore Freccero lascia: «ma non sparirò»

Tv per sperimentare nuovi linguaggi, tv social per raccogliere pubblico oltre il piccolo schermo «perché oggi» spiega il direttore di Rai4 Carlo Freccero «i giovani stanno sempre meno davanti alla tv ma usano il computer e si costruiscono il loro palinsesto. Rai4 in questi cinque anni ha riunito una community». Il 14 luglio Rai4 festeggia cinque anni («data storica, sotto molti punti divista, no?» ride il direttore), il 5 agosto Freccero, che la dirige, finisce la sua esperienza: (per ora) è fuori dalla Rai. Geniale innovatore, esperto di comunicazione, dalla Fininvest dove approda nei primi anni Ottanta, direttore dei palinsesti di Canale 5 e Italia 1, poi a La Cinq, la prima tv privata francese, quindi in Rai, è stato protagonista di trent’anni di televisione. «Ho fatto televisione di tutti i tipi» racconta «generalista, commerciale, il servizio pubblico, la tv satellitare con RaiSat, quella digitale con Rai4, ho lavorato in due paesi. Mi sono divertito, dovrei pagare una tassa supplementare, non mi posso lamentare ma non è detto che smetta di lavorare. Non so cosa farò, finisco questa esperienza in Rai, l’ho portata avanti come fosse una prova di dottorato televisivo. Non ho rimpianti… Certo, avrei potuto diventare direttore di RaiUno, la politica l’ha impedito. Pazienza». Nessun sassolino nelle scarpe? «Nella vita» dice con aria da saggio «bisogna sempre guardare avanti. A Rai4 ho potuto costruire una televisione su misura, puntando sulle serie d’autore, Soprano, Lost, Il trono di spade, che oggi sono il nuovo cinema. Ho creduto in ogni scelta editoriale fatta in questi cinque anni, sapendo che in televisione nessuna scelta è giusta senza il consenso del pubblico». Pubblico largo per una rete con tante anime che tiene insieme il pop e il cinema d’autore, due magazine per appassionati, Mainstream e Wonderland, l’omaggio a Bruce Lee, scomparso nel luglio del ’73 a soli trentadue anni, la sesta stagione dei Soprano, le ultime puntate di Doctor Who e Medium, i capolavori di Francis Ford Coppola e Quentin Tarantino. «Senza dimenticare la fantascienza che ci ha aiutato a capire il presente, perché dagli alieni nemici, minaccia senza volto, agli extraterrestri amici di Spielberg» dice Freccero «nessun genere ha saputo interpretare così bene il presente. Con “Rai4 Social League”, il torneo tra i vari titoli votati su Facebook dai nostri spettatori, abbiamo una classifica ideale: dal pulp di Tarantino con Kill Bill all’epopea del kungfu con Ip Man, al fantastico d’autore con Se mi lasci ti cancello all’immaginario hollywoodiano anni 80 di Ritorno al futuro, oltre alla poesia di Hayao Miyazaki con li castello errante di Howl, capolavoro d’animazione in cima al conteggio. Le preferenze, per i film, sono rappresentative di una linea editoriale che ha esplorato l’estetica e le idee della postmodernità». La sua piccola rivoluzione, in cinque anni, l’ha fatta: «Vado via dopo aver organizzato anche la programmazione autunnale» spiega Freccero «anticipo che Rai4 offrirà la sesta stagione di Mad Men in prima serata. Quella della rete è “tv di culto” perché è un super genere che comprende film e serie, mescola cose dimenticate e inedite». Il resto è tv generalista, con La7 che promette di dare filo da torcere a Rai e Mediaset. «Voglio vedere quando finirà questa tv dell’emergenza: bisogna dire grazie alla politica che finora ha salvato la tv dalla crisi. Ma se la politica fa un passo indietro e sparisce la tv dell’emergenza, comincia la vera sfida. Attendiamoci grandi scossoni, se riparte la pubblicità e si riapre il mercato, la stagione sarà interessante. C’è stata una rivoluzione tecnologica», continua Freccero «non c’è un medium che vince sugli altri ma c’è un sistema integrato: tv generalista, digitale, il web. All’orizzonte si apre un nuovo mercato in cui gli editori giocheranno la loro partita, si assisterà a un cambiamento totale». Il futuro è a portata di mano ma la tv generalista, seguita da un pubblico adulto, resisterà? «È come la coda di una cometa, ancora visibile. In questa galassia, con la nuova ripresa pubblicitaria, la tv generalista è ancora centrale malgrado il digitale abbia unificato i media. Il punto è ripensarla».

Silvia Fumarola per La Repubblica

«Macché fortino di sinistra, RaiTre fa servizio pubblico». Il direttore Vianello: «Brunetta sbaglia. Telefonate di politici? Nemmeno una».

Andrea Vianello, direttore di Raitre. Renato Brunetta, capogruppo Pdl in Vigilanza, attacca duramente la rete sia in Vigilanza Rai che con esposti all’Agcom. Sostiene che Che tempo che fa di Fabio Fazio, In ½ ora di Lucia Annunziata e Ballarò di Giovanni Floris invitano solo esponenti di centrosinistra, che le trasmissioni sono di parte… «Per la Vigilanza e l’Agcom si replica nelle sedi istituzionali. Io rispondo al Brunetta critico televisivo de Il foglio, un’intelligenza guizzante e provocatoria. Parliamo di alcuni tra i migliori professionisti Rai, che garantiscono eccellenti ascolti e producono fatti e notizie. Il critico Brunetta sbaglia prospettiva. La contabilità dei numeri non basta a calcolare l’equilibrio politico». Ma Brunetta cita cifre, dati, presenze… «Ma quelle in questione sono trasmissioni che seguono la priorità delle notizie, non tribune politiche. In un talk come Ballarò peraltro il confronto tra opinioni è proprio l’essenza editoriale della trasmissione. L’equilibrio è assicurato. Inoltre si fa sempre l’errore di considerare un’intervista faccia a faccia come una passerella per il politico. Dipende da come si fa l’intervista: da noi è una prova da superare. E poi basta accendere Raitre dalle 8 del mattino fino a notte. Si troveranno ospiti di tutti i colori politici, basta guardare». Raitre è ancora un fortino della sinistra, come dice il Pdl? «Raitre è una rete fortemente da servizio pubblico: approfondimenti, inchieste, racconti della realtà. Non ci sono pericolosi sovversivi né esponenti di partito…. Non ci sono appartenenze. Solo grandi professionalità, questo sì». Come va con gli ascolti? Le reti generaliste perdono. «Sì, c’è l’erosione delle reti tematiche digitali. Però noi di Raitre, con La7, siamo gli unici a crescere: +0,24% nel day time tra febbraio e giugno, +0,55% in prima serata in estate». I fan di Lucarelli chiedono che torni Blu notte. «Ho incontrato Carlo, abbiamo riflettuto sulla necessità di un format innovativo. Non siamo riusciti per l’autunno 2013. Confido che chiuderemo un accordo con la casa di produzione del suo programma. Siamo sotto spending review: dobbiamo contenere i costi e mantenere alta la qualità. La tv non è più il paese di bengodi e occorre che tutti capiscano e collaborino». Esperimenti come quelli di Neri Marcoré, di Lia Celi e David Parenzo non sono stati granché premiati dallo share… «Raitre ha grandi marchi storici che rappresentano le nostre riserve auree. Queste certezze ci spingono a sperimentare volti e format, a cercare nuove soluzioni. Senza coraggio non si va da nessuna parte: non è più tempo di numeri zero, costano troppo. E comunque le tre esperienze elencate nella domanda lasciano spunti importanti per il futuro». Ma come immagina la «sua» Raitre, d’ora in poi? «Primo: il dovere della memoria. Il 22 novembre abbiamo in cantiere una grande serata per i cinquant’anni dell’assassinio di John Kennedy. Ho nel cuore gli eventi di Beniamino Placido, come la Serata Garibaldi. Secondo: la legalità. Non dimentico di aver seguito per anni da inviato, con ostinazione, i processi di mafia, quello per la strage di Capaci. Quindi la cultura. Vogliamo riannodare il rapporto con gli intellettuali. Partiremo con Masterpiece, il primo talent per scrittori, formeremo una giuria di letterati. E poi punto a far diventare Raitre la rete del grande cinema d’autore». Riceve molte telefonate dai politici, Vianello? «Nemmeno una. Viviamo in una fase particolare della storia Rai. La gestione aziendale è molto indipendente. Lavoro in totale autonomia. No, niente telefonate di politici. Forse perché, almeno mi sembra, credo che la politica sia occupata in ben altro…».

Paolo Scotti per il Corriere della Sera