

Fosse passato per le mani di Bloody Mary, avrebbe già assunto le fattezze di un format ‘acchiappa ascolti‘ o, probabilmente, avrebbe permesso alla conduttrice di livellare finalmente il tavolo del soggiorno; Maria De Filippi ti odio, il nuovo libro di Carmine Castoro, giornalista ed autore televisivo, invece, è finito tra le mani di chi vi scrive e ci è rimasto per poco tempo, giacché le 200 pagine di cui si compone il libro edito da Caratteri Mobili inducono ad una lettura ‘matta e disperatissima‘, per citare il buon Giacomo, che culmina con una presa di coscienza ‘salvifica‘, che consentirà a quanti non sono ancora stati ‘deportati‘ nella “Auschwitz pubblicitaria“ televisiva, di sfuggire ad un meccanismo di falsificazione e mercificazione dell’identità e delle relazioni. Carmine racconta ai lettori di UnDueTre.com la deriva catodica di una società che vive nel “mondo irreale dello schermo“.
Maria De Filippi ti odio. Perché?
Sarebbe troppo facile ed errato “odiare” Maria De Filippi per una soggettiva, più o meno condivisibile antipatia verso il modo in cui presenta, perché magari ha un aspetto e una voce androgini, veste e si atteggia in maniera poco femminile, perché è goffa sui tacchi a spillo e in abito da sera, o per un qualche retroscena di vita privata che ne svaluterebbe la reputazione pubblica. Tutto questo non mi interessa, non appartiene a me e al mio libro “Maria De Filippi ti odio. Per un’ecologia dell’immaginario televisivo”. Ed è stato già oggetto nel tempo di brillantissime scenette in trasmissioni comiche di successo. Maria De Filippi, per me, è l’epicentro, lo snodo nevralgico, il sole nero di un più generale assetto delle immagini e delle parole spettacolarizzate, che è come una ragnatela, la propagazione di un’eco da un orizzonte di potere più o meno centralizzato, che ha trasformato tutti in valvole e pistoni di una macchina che gira a vuoto. Senza più linee guida, finalità, sequenze logiche, storia e sviluppo reale delle emozioni. E l’odio è proprio il recupero di sentimenti forti, di punti di riferimento stabili e netti contro la vischiosità di tanti format – reality soprattutto – che entrano silenziosamente ma in maniera rovinosa nella nostra anima. L’odio è il “no” a una subcultura della tolleranza che non è più rispetto delle diversità, ma acquiescenza verso qualsiasi cosa i media ci propalino, soggezione a ogni messaggio, regime di equivalenza, equipollenza fra informazione e spettacolo, senza più quello scarto necessario che ci permette di conoscere, capire, selezionare. Per questo l’odio è collegato a un discorso di “ecologia dell’immaginario” perché sa di contrattacco, di liberazione, disinfezione, disintossicazione da quella televisione non più solo “spazzatura” ma “nucleare” che ci investe quotidianamente col suo nulla.
La De Filippi fonda il suo impero mediatico sul ‘people show‘, quale accezione, oggigiorno, assume questa locuzione all’interno del panorama televisivo nostrano.
Le “persone” hanno perso quel significato comunitario, solidaristico, sociale che la televisione fino a un paio di decenni fa ancora rappresentava. Con la televisione del self-help, dei primi talk show, delle primissime Samarcanda. Oggi siamo in una “post-televisione” che crea mostri, abbatte il significato delle parole, corrode la dignità di chi la fa e di chi la vede perché tutti servono come “risorsa”, merce, bene sfruttabile. E si assiste ad un grottesco e miserabile meccanismo di auto-mercificazione degli individui che per un briciolo di popolarità sarebbero capaci di qualsiasi bassezza. Già anni fa, in un mio precedente libro, avevo suggerito l’immagine del crash, come attrito fra due mondi mimetici, quello del televisivo e quello del reale. Adesso, con ogni probabilità, siamo vicinissimi allo splash, all’immersione delle esistenze e dei loro desideri nell’acquario autoreferente e propellente dell’apparato tecno-spettacolare, in quella sorta di Auschwitz pubblicitaria come dico in “Maria de Filippi ti odio” dove il consumo vorace delle merci va di pari passo con la consunzione delle identità, delle relazioni, dei luoghi e delle temporalità. Oggi le identità sono perturbate e scisse; le relazioni mercificate e de-simbolizzate; i luoghi vaporizzati e iconici; il tempo ellittico ed ellissoidale, ovvero sempre mancante di una storia e strozzato fra due “fuochi”, quello della materialità con le sue dolorose contingenze e l’altro, ossessivo e antropofago, della aleatorietà spuria dell’immagine e del darsi nella distanza da sé. La Grande Bolla, la Tele-Incubatrice svelle il sé dal mondo esterno e lo condanna a una, voluta e forzata, estroflessione che è già ipertesto, sceneggiatura, ricerca di un paradiso perduto che solo il piccolo schermo sembra offrire.
La televisione fautrice di un “processo intimo di falsificazione“? Italia’s got talent o l’Italia ha solo la necessità di ‘evadere‘ da un presente tetro, da un’esistenza anestetizzata, per dirla con Lowen? continua a leggere





































































