David Bellini (autore) a UnDueTre: “Un medico in famiglia è un ‘classico’, ma bisogna investire su nuove idee”.

Ha preferito affidarsi all’influenza terapeutica delle parole, piuttosto che arrendersi alle cure dell’improbabile medico che anima una delle serie più longeve della tv nostrana e che lui, David Bellini, ha contribuito a strutturare. Sceneggiatore, autore, regista e documentarista, David racconta, sulle nostre pagine, quest’oggi e nei prossimi giorni, il suo percorso professionale, dal Clan Celentano, ad Un Medico in famiglia, passando per Festa Italiana e Tetris. La nostra intervista.

Adotta un autore” è la campagna che ti vede tra i promotori e che si propone di “salvare autori, sceneggiatori e registi non raccomandati”. Vuoi dire che ‘senza Santi’, è difficile trovare un posto ‘in paradiso’?

Sinceramente, per me non è stato molto difficile accedere al cosiddetto “mondo dello spettacolo”. Scrissi quattro brevi soggetti, li spedii ad alcune società e in men che non si dica mi ritrovai a parlarne con una sfilza di produttori. Eppure mi sono sempre sentito dire che è difficilissimo, quasi impossibile, entrare nel giro. Con “Adotta un autore”, lanciai in rete un’ironica provocazione e al contempo una sfida donchisciottesca. Considerando che parte del pubblico si dice profondamente insoddisfatta dalla programmazione televisiva italiana e dal livello del nostro cinema, invitai quella parte ad investire due soldi sui nuovi talenti “senza santi in paradiso”.

Ma “un padre ci vuole”, scriveva Pirandello (Stefano), alludendo all’esigenza di accompagnarsi, nel cammino della vita, ad un uomo che “renda liberi”, introduca al mondo. Quali le figure che ti hanno introdotto al mondo dell’arte, dello spettacolo?

Credo di averne avuti due, di “padri creativi”. Il primo è stato senz’altro Vincenzo Cerami, scrittore di “Un Borghese piccolo piccolo” e sceneggiatore de “La vita è bella”. I trucchi del mestiere li ho imparati da lui. Poi ho avuto l’onore di conoscere Furio Scarpelli e di ricevere, da lui, consigli, rimbrotti, riflessioni. Delle frasi come “Nella vita si ride e si piange, quindi che senso ha dire che si vuole scrivere una storia (solo) comica o (solo) drammatica?” e “Devi provare affetto per i tuoi personaggi, anche per il più vile o meschino, pensa a Sordi e Tognazzi”, mi resteranno per sempre stampate nei neuroni. Ricordo che un giorno mi mandò a casa di Age a prendere una copia de “I compagni”, che a suo parere è il loro film più bello, perché non l’avevo ancora visto e dovevo assolutamente vederlo. Aveva ragione. La scena in cui il professor Sinigaglia (Mastroianni) piomba furibondo a casa del crumiro è l’esempio più alto di quella commedia all’italiana che portò tutto il mondo a vedere il nostro cinema. Direi che i miei veri maestri sono stati loro due, ma dato che ormai viviamo nella società dei padri-amici, aggiungerei un terzo nome: Francesco Scardamaglia. Ricordate i film di Bud Spencer e la miniserie su Papa Giovanni? Li ha scritti lui. Se n’è andato troppo presto, un anno e mezzo fa.

In principio fu Un Medico in famiglia

Beh, in realtà in principio ci furono “Fra’ Sole”, un trattamento che scrissi per il Clan Celentano, “San Donnino San Pechino”, una sceneggiatura che scrissi per la Thunderfilm (il film avrebbe dovuto essere girato da Alessandro Benvenuti nell’aprile del 2000 ma a causa del crack del Cecchi Gori Group non fu prodotto) e altri piccoli lavori. Ci tengo a fare questa precisazione perché è bene chiarire che non si scrive una serie importante come Medico senz’aver mai scritto niente prima. Nel 2001 poi, fui assunto dalla GECA Italia, una società che analizzava – e analizza ancora oggi – i contenuti e i risultati dei programmi televisivi, e – particolare non trascurabile – apparteneva a Globomedia, Endemol e Publispei, la società che produce “Un medico in famiglia”. Ben presto, l’amministratore della GECA mi propose di fare da assistente a Paola Pascolini, head writer storica di Medico, per la terza serie. Ci pensai una notte intera prima di accettare, perché da giovani si è sempre piuttosto idealisti, spesso perfino snob e con i maestri che avevo avuto, credevo che ci fosse solo il cinema nel mio destino. D’altra parte, per mia fortuna, salii sulla barca di Medico 3. E dopo svariati mesi di lavoro da assistente, mi fu concesso di scrivere gli ultimi due episodi della stagione. La serie fu un successo eccezionale. Da allora in poi, sono stato fra gli sceneggiatori di Medico in tutte le stagioni successive.

Hai lasciato la famiglia di ‘Medico’ o collabori alla scrittura della prossima serie?

Sai, nel calcio si dice che dopo cinque stagioni si chiude un ciclo e se ne apre un altro. Beh, io ho scritto Medico per cinque stagioni, dalla terza alla settima. Per di più da un anno ormai vivo a Los Angeles e sarebbe un po’ scomodo fare avanti e indietro dall’ufficio degli head writer. Scherzi a parte, ho saputo che la produzione ha deciso, dopo sette serie di successo firmate dalla stessa squadra di scrittori, di cambiare l’intero gruppo con dei nuovi sceneggiatori. Per carità, è assolutamente legittimo fare una scelta del genere, fra l’altro Carlo Bixio non c’è più e chi tiene le redini adesso vorrà dare ai progetti una linea tutta sua, ma magari, dopo tanti anni di collaborazione, mi sarei aspettato che ci avessero chiamati per informarci della decisione. Resta il fatto che, dopo cinque anni, nel calcio almeno, un ciclo finisce quasi sempre.

Quindi non puoi anticiparci nulla sulla prossima serie?

So che Emanuela Grimalda e Milena Vukotic continueranno a farne parte e ho letto, come avrete letto voi, che finalmente Lino-nonno-Libero-Banfi tornerà fra le mura di casa Martini, per la gioia di grandi, piccini e del presidente della Repubblica. Mi sembrano degli ottimi punti di partenza questi. Quel che è certo è che la serie, cambiandone gli scrittori, cambierà, ma Medico è e resterà un prodotto di successo di Raiuno. A proposito, sapete chi ho incrociato qualche mese fa sulla City Walk degli Studios della Universal? Lino Banfi, proprio lui. Ho scoperto in seguito che era venuto in America per festeggiare il suo 75esimo compleanno, ma quando lo vidi, pensai: “Madonna del Carmelo, mo’ pure a Hollywood lo trovo!”

Nell’ultima stagione, la serie ha mostrato i segni di un lento ed inesorabile logorio. Ha senso continuare a riproporre insistentemente un prodotto che, forse, ha “fatto il suo tempo”?

Per qualsiasi emittente televisiva al mondo, i “classici” sono importanti, perché garantiscono le entrate pubblicitarie e il mantenimento di un certo livello di ascolti. Credo che il problema della tv italiana non sia l’ottava serie di Un medico in famiglia, quanto piuttosto la mancanza di coraggio e investimenti sulle nuove idee e l’eccessivo ricorso all’adattamento e/o l’acquisto di format stranieri. Da quel che mi risulta, è vero che la settima stagione di “Medico” ha avuto una flessione d’ascolti ma parliamo di un’annata televisiva in cui l’intera programmazione delle reti generaliste ha perso un consistente numero di spettatori a causa del potenziamento dell’offerta satellitare e digitale, ed è altrettanto vero che Medico, in un’annata così, è uno dei programmi che si è difeso meglio. Detto questo, dopo la quinta serie erano in molti a chiedersi se fosse il caso di andare avanti e a sostenere che Medico avesse fatto il suo tempo, poi abbiamo scritto la sesta serie ed è stata un successo sensazionale. Insomma, capita che delle linee narrative siano un po’ meno forti e fresche di altre, ma quel che conta è valutare se uno show regge ancora, se è ancora vivo e se la gente ne ha ancora bisogno.

Nei prossimi giorni la seconda parte dell’intervista a David Bellini. Vi invitiamo a tornare su UnDueTre.com.